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RSI

 

Responsabilità sociale delle imprese : i limiti dell’autoregolazione

Il concetto di responsabilità sociale delle imprese (RSI) è in voga da diversi anni. Non c’è alcuna grande impresa che non si vanti oggi di aver elaborato una carta etica o firmato un codice di condotta. Ne va comunque spesso più della sua immagine che di un comportamento effettivo. E’ per esempio il caso di BP che decora il suo logo di un sole verde per suggerire una coscienza ecologica, mentre provoca catastrofi ambientali nel Golfo del Messico o altrove. Anche il gigante delle materie prime Rio Tinto e la multinazionale dell’agrobusiness Monsanto hanno firmato il Patto mondiale dell’ONU per darsi una facciata ecologicamente e socialmente corretta.

La Commissione europea ha definito la RSI “un concetto che indica l’integrazione volontaria, da parte delle imprese, di preoccupazioni sociali ed ambientali nelle loro attività commerciali e nelle loro relazioni con le parti coinvolte [1] ”. Le preoccupazioni sociali sottointendono anche i diritti umani, anche se questi non sono spesso menzionati esplicitamente. Ancora qualche anno fa, numerose imprese consideravano i diritti umani come considerazioni politiche unicamente di competenza degli Stati. Non dovevano preoccuparsene: solo gli affari rientravano nel campo della loro responsabilità. C’è voluta la pressione di campagne pubbliche contro le violazioni dei diritti umani da parte delle imprese, delle loro filiali e dei loro fornitori  - contro il lavoro dei bambini, la deforestazione, il lavoro forzato e gli spostamenti di popolazioni – affinché si produca lentamente una presa di coscienza nelle alte sfere delle multinazionali.


Iniziative per un’autoregolazione

Subito dopo numerose imprese hanno sviluppato codici di condotta [2]  a titolo individuale o nell’ambito di un settore d’attività. Trattano finora la “gestione del rischio” interno. Il rischio comprende infatti tutto quello che potrebbe influenzare negativamente l’immagine di un’impresa e l’andamento dei suoi affari. Così è l’esempio di Shell che, sotto la pressione di campagne di ONG, ha elaborato un codice di condotta in seguito all’impiccagione nel 1995 dello scrittore Ken Saro Wiva che si era fermamente opposto all’inquinamento del delta del Niger da parte delle compagnie petrolifere. Un modo per Shell di limitare i danni e di posizionarsi come un’azienda responsabile. Nestlé ha sviluppato il suo concetto di “creazione di valore condiviso” per mettere in risalto il suo impegno nel Patto mondiale dell’ONU e di aggiungere del plus valore al suo marketing.

Accanto alle imprese, i governi e le Nazioni Uniti tentano di promuovere la responsabilità dell’economia privata in materia di diritti umani e di protezione dell’ambiente:

 

  • Patto mondiale dell’ONU
    Nel 1999, l’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan ha lanciato il Patto mondiale [3]  durante il Forum economico mondiale di Davos. Le multinazionali avevano per la prima volta, su una scala planetaria ed al di là del loro ramo d’attività, la possibilità di impegnarsi – a titolo volontario – a rispettare dieci principi sociali, ecologici e di diritti umani. Finora, oltre 6000 imprese hanno aderito al Patto. Ciononostante, i principi sono formulati in maniera molto generale. Il Patto permette alle imprese di comperarsi una buona condotta a poco prezzo e con la benedizione dell’ONU .
  • Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali
    Istituite nel 1976, le Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali [4] sono state adottate dagli paesi dell’OCSE.
    Costituiscono l’insieme ufficiale più dettagliato di norme per le imprese situate nei paesi firmatari. Gli Stati sono tenuti, per la loro applicazione, ad istituire un punto di contatto nazionale (PCN) come istanza di denuncia. La sua organizzazione e le sue competenze variano secondo i paesi. La partecipazione delle imprese ai processi di mediazione è volontaria. Le procedure mancano spesso di trasparenza e non è prevista nessuna sanzione in caso di non rispetto o di non cooperazione delle imprese. Le Linee guida sono state revisionate nel 2011 e completate da un capitolo sui diritti umani. E’ stata tuttavia persa l’occasione di rinforzare le competenze dei PCN. Quello della Svizzera – situato presso la Segretaria di Stato dell’economia (Seco) – si è finora soprattutto distinto dalla sua passività e dalla sua indolenza.
  • Norme dell’ONU per le imprese
    Nel 2003, la Sottocommissione delle Nazioni Unite per la promozione e protezione dei diritti umani ha adottato le Norme sulla responsabilità delle compagnie transnazionali ed altre imprese riguardo ai diritti umani [5]. Queste norme avrebbero costituito un passo importante verso una regolamentazione vincolante delle imprese in materia di diritti umani, di condizioni di lavoro e d’ambiente. In seguito ad una forte pressione degli ambienti economici ed all’opposizione veemente di alcuni Stati – in particolare, gli Stati Uniti – la Commissione dei diritti umani ha rifiutato la proposta. Ha comunque chiesto all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani di redigere un rapporto sullo statuto giuridico ed il campo d’applicazione delle iniziative e delle norme esistenti relative alla responsabilità delle imprese in materia di diritti umani. Nel 2005, il nuovo Consiglio dei diritti umani ha nominato John Ruggie quale rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e le imprese.
  • Linee guida dell’ONU (John Ruggie)
    John Ruggie ha ricevuto il mandato di elaborare un quadro d’azione per migliorare il rispetto dei diritti umani da parte del settore privato. E’ partito dal principio che spetta dapprima allo Stato applicare e proteggere i diritti umani, anche in caso di violazioni da parte delle imprese. Nel contempo, tutte le imprese – indipendentemente dalla loro dimensione – hanno la responsabilità di non violare i diritti umani nelle loro attività.

Ruggie ha sviluppato un quadro di riferimento basato su tre pilastri :

1. Proteggere
Lo Stato ha l’obbligo di proteggere i diritti umani (The state duty to protect). 

2. Rispettare
Le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani (The corporate responsibility to respect).

3. Risarcire 
L’accesso alla giustizia per il risarcimento dei danni deve essere garantito (Access to remedies). 

Le Linee guida enunciati da John Ruggie concretizzano questo concetto. Sono state adottate nel giugno 2011 dal Consiglio dei diritti umani. La combinazione dei tre pilastri deve indurre le imprese a vegliare al rispetto ed all’applicazione dei diritti umani nelle loro attività ovunque nel mondo. Ruggie esige dai governi che accordino un posto prioritario alla problematica economia e diritti umani. Il loro compito è ora di applicare questo concetto. Una delle sfide è di colmare le lacune della loro legislazione, per permettere alle vittime di violazioni dei diritti umani di ottenere giustizia e risarcimento [6].


I limiti dell’autoregolazione

Tutte le iniziative dell’economia per il rispetto dei diritti umani e la protezione dell’ambiente non sono finora vincolanti. L’applicazione di principi benintenzionati dipende dalla buona volontà delle imprese che le hanno adottate. I codici di condotta sono spesso elaborati dalle imprese stesse, senza partecipazione di altre parti coinvolte (sindacati, ONG, ecc.). I loro contenuti sono frequentemente formulati in maniera generale, dunque poco precisa, e senza riferimento esplicito ai trattati internazionali esistenti (convenzioni dell’ONU e dell’OIL); sono spesso lacunosi: le norme si riferiscono spesso solo a qualche diritto umano specifico e per situazioni particolari. Il loro campo d’applicazione è quindi ridotto. Inoltre, gli standard non sono veramente ancorati alle strutture ed ai processi dell’impresa nel suo insieme. Non fanno l’oggetto di un’informazione / formazione sufficiente del personale coinvolto e dei partner d’affari (fornitori). Di conseguenza, l’applicazione è deficitaria. Infine, le imprese che non assumono la loro responsabilità – o l’assumono solo in maniera insufficiente – e che ignorano i diritti umani così come gli standard ambientali, non devono affatto spiegarsi o renderne conto. I meccanismi di controllo previsti nei concetti di RSI sono lacunosi e non rispondono ai criteri d’indipendenza.

I paesi che dipendono fortemente dagli investimenti esteri non hanno spesso né l’autorità né il potere necessari per imporre le loro leggi alle multinazionali. Chiudono spesso gli occhi per non spaventare l’investitore. Ne risulta uno spazio di non diritto che non può essere colmato in maniera adeguata dai principi volontari delle imprese. John Ruggie ha più di una volta mostrato le debolezze di un sistema che riposa esclusivamente sulla buona volontà. Ritiene che né gli Stati né le imprese esauriscano il margine di manovra a loro disposizione. Le imprese che desiderano garantire di non violare i diritti umani devono applicare processi di diligenza ragionevole ed effettuare i controlli richiesti.



[1]Commissione europea, Libro verde – Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, Bruxelles, luglio 2001 COM(2001).

[2]Per alcuni esempi di codici di condotta, vedi www1.umn.edu/humanrts/links/sicc.html

[3]www.globalcompact.org

[4] 2011 sono state adottate da 34 paesi dell’OCSE e da altri 8 Stati

   www.oecd.org/document/18/0,3746,en_2649_34889_2397532_1_1_1_1,00.html

 [5]www.unhchr.ch/huridocda/huridoca.nsf/%28Symbol%29/E.CN.4.Sub.2.2003.12.Rev.2.En

  (in italiano http://www.euronote.it/documenti_/responsabilit%E0%20imprese%20-%20Norme%20ONU.pdf)

[6]Sui lavori di John Ruggie, vedi
  www.ohchr.org/EN/Issues/TransnationalCorporations/Pages/SRSGTransCorpIndex.aspx 
  www.business-humanrights.org/SpecialRepPortal/Home

 

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